Articolo tratto dalla rivista "Mezzogiorno d'oggi" del
30 Aprile 1968
- versione integrale
Humor,
extro ed inventività
Nelle ceramiche di Moretto, Colombo e Duso
LA
VISITA ALLO "SCRICCIOLO" di LONGARA: Un'ESPERIENZA SENZA
CONFRONTI. CENTINAIA DI SOGGETTI, TIPI E FIGURE INTERPRETANO IN
CHIAVE UMORISTICA E CARICATURALE GLI ATTEGGIAMENTI PIU' DIFFUSI
E LE MANIE PIU' CARE ALL'UMANITA' DI TUTTI I TEMPI
La
ceramica nel vicentino è di casa. Basterebbe, infatti,
il nome di Bassano del Grappa per qualificare tutta la provincia.
Ma "pezzi" pregevoli si realizzano un po' dovunque,
da Gavazzale a Breganze, da Cittadella a Nove, Forza e continuità
di una splendida tradizione? Senza dubbio. Ma di una tradizione
costantemente rinverdita, costantemente tesa alla ricerca di temi
e di figurazioni che - pur riallacciandosi al passato - s'inseriscono
bene nel gusto moderno.
Dalla manifattura Mainardi a Bassano nella seconda metà
del '500 (due fratelli capitani di ventura che preferirono il
caolino alla spada e fecero nascere sulle rive del Brenta la prima
fornace) la provincia di Vicenza ha nettamente distinto la sua
produzione da quella degli altri centri ceramici d'Italia: da
Deruta, da Grottaglie, da Vietri, da Faenza. Nel senso che la
ceramica vicentina - e più specificamente quella bassanese
- ha in gran parte puntato su una produzione ispirata a riprodurre,
nella più assoluta fedeltà di stile e di decorato,
forme ed oggetti consacrati al passato.
Ogni tanto capita, però - ed è sorpresa piacevole
perché rara - che qualcuno si distacchi dalla nobiltà
di tanta tradizione. Voglio dire che, pur potendo con comoda facilità
saccheggiare il filone a cui tutti attingono, e con sempre sicuro
successo, s'incontra ancora chi abbandona la via maestra per imboccare
quella incerta e tortuosa dell'esperimento nuovo, del tentativo
che rompa i temi obbligati.
Siamo di fronte ad una scelta, è evidente, che si pone
anzitutto come atto di coraggio, come dimensione di una coscienza
artistica che non ha dubbi sul mondo e le sue forme da rappresentare.
Una così lunga premessa per parlare dei "pezzi"
che nascono ogni giorno dall'arte e dall'inventiva di Tony Moretto,
di Giovanni Duso e di Adriano Colombo. Tre vicentini la cui notorietà
è arrivata alle colonne del "New York Times",
che ha ampiamente scritto sulla pacata e maliziosa ironia di una
umanità interpretata e resa attraverso la perfetta composizione
di "fogli" di ceramica.
E' qui dobbiamo interderci. A Longara sulla riva Berica, a qualche
chilometro dal centro di Vicenza, nella manifattura di Moretto
e compagni (si chiama "Lo Scricciolo", e visitarla è
una esperienza senza precedenti) non si realizzano centritavola
e zuppiere, caraffe e anfore. Non siamo, cioè, di fronte
alla tipica e tradizionale ceramica di queste zone. Bensì
alla rappresentazione immediata e realistica - anche se gustosamente
caricaturale - di qui "tipi" che popolano la nostra
esistenza e dei quali spesso siamo portati a ridere. Tipi, personaggi,
figure colti nei loro atteggiamenti più ricorrenti e spontanei,
fissati nel pieno della loro attività, fra gli strumenti
del loro lavoro: il tutto in una esasperazione della realtà
che non è mai superamento della stessa. Vale a dire che
l'osservazione attenta del reale, se dà luogo alle deformazioni
di una coscienza ricca di "humor" - di volta in volta
capace di calarsi nel personaggio da realizzare fino a scavarne
gli aspetti più segretamente comici - consente sempre di
ritrovare nella rappresentazione del soggetto i caratteri più
realistici e convincenti dello stesso.
Ma dove la caratterizzazione trova il suo punto di forza, è
nell'ambientazione del personaggio. Voglio dire che mai le figurine
di Moretto, di Duso, di Colombo sono realizzate fuori da una particolare
e circostante realtà.
Nel senso che l'efficacia interpretativa del soggetto è
arricchita, direi sostanziata, dall'ambiente in cui il personaggio
opera. Facciamo un esempio. Il "clown" non è
soltanto reso nel suo caratteristico abbigliamento e col naso
a palla rossa, ma ambientato fra gli strumenti del suo fantasioso
mestiere: il pallone multicolore, il triciclo, il cerchio: e tutto
nell'atmosfera gaia e festosa - ma velatamente amara - del mondo
del circo. Un clima da "Luci della ribalta", per intenderci,
dove la nota umoristica che forza la realtà per scoprirne
gli aspetti comici, si snoda attraverso gli elementi che compongono
il pezzo per narrare una storia.
E' quello che dico a Tony Moretto, mentre gli occhi dall'uno all'altro
dei suoi "tipi", delle sue figurine: il giudice, il
prete, il fotografo, il dentista, la donnina fragile e sofisticata,
il cavaliere asciutto e allampanato, il velleitario Don Chisciotte,
il rassegnato Pancho. E' una galleria infinita, che accoglie e
esprime tutta la tipologia umana, negli atteggiamenti più
consueti, sapientemente caricaturali.
Moretto ha studiato disegno e scultura all'Accademia di Venezia
e - ad osservare questo suo mondo in ceramica - si scopre facilmente
come dietro la realtà deformata, al di là della
figura alterata c'è una profonda conoscenza della costruzione
anatomica, della composizione, del gioco e delle proporzioni delle
parti concorrenti all'unità ed armonia dell'insieme.
Guardo ancora una volta la fragile espressione di una damina,
resa sotto l'ampio cappello: penso a Lautrec, ai sui disegni sulle
tovaglie del "Moulin Rouge", a quelle figurine appena
accennate, ai pochi tratti di matita capaci di fissare il galoppo
travolgente di un can-can, la segreta tristezzadi una ballerina.
Quella che è stata definita l'"essenzializzazione
del personaggio", Moretto, Duso e Colombo la realizzano appiccano
ogni qual volta piegano i loro fogli di ceramica perché
traducano in pochi movimenti il carattere di un oggetto (una carrozza,
una auto, una panchina) o quelle di una figura.
Ritorno verso il centro di Vicenza. L'umanità che incontro,
che mi cammina vicino, mi sembra irregolare, assurda, goffamente
massiccia. Ho fatto l'occhio alle delicate e fragili figure dello
"Scricciolo", agli stilizzati personaggi di Moretto.
NINO
D'ANTONIO
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